La guarigione avviene nel campo relazionale

La vita è relazione, fin dal suo primissimo inizio.

Ci sono molte ricerche che attestano quanto la relazione sia alla base dei nostri condizionamenti.

A partire da un livello cellulare, sappiamo che la relazione con l’ambiente esterno genera delle risposte comportamentali diverse, a seconda della sensazione di sicurezza.

Se la cellula si sente sicura nell’ambiente in cui vive, può rilassarsi, nutrirsi e svolgere tutte quelle attività che le permettono di vivere in salute.

Se invece, si sente attaccata o sopraffatta da un ambiente tossico (a qualsiasi livello) tende a ritrarsi, contrarsi e addirittura ad ammalarsi o morire.

Così anche all’inizio della nostra vita, come embrioni, siamo già in grado di rispondere ai condizionamenti dell’ambiente e delle relazioni. E, soprattuto attraverso il cuore (l’organo inizialmente più sviluppato nell’embrione), rispondiamo maggiormente alle sensazioni con una fluida espansione o con il bisogno di contrazione e protezione, a seconda di ciò che percepiamo intorno a noi.

bigstock-Happiness-466486Come creature molto piccole, siamo intrinsecamente esseri dal cuore aperto che conoscono già l’amore, e il nostro bisogno più importante è essere visti e ricevuti in un ambiente empatico, proprio in questa nostra manifestazione di puro amore.

Se ci sentiamo accolti e riconosciuti, possiamo sviluppare un buon senso di sicurezza sia nella relazione con l’altro che con noi stessi.

Se invece, in qualche modo i nostri bisogni ripetutamente non vengono incontrati, possiamo arrivare a sentirci completamente sopraffatti e quindi sviluppare un profondo senso di insicurezza e pericolo, che ci porterà ad attivare delle modalità di protezione, anche quando non necessarie.

 

Nella relazione terapeutica, queste tematiche molto precoci non risolte, potrebbero di nuovo emergere, ed anche se possono sembrare apparentemente inappropriate, il fatto che siano di nuovo qui presenti genera la possibilità di essere trattate e guarite.

 

Per rendere tutto un po’ più chiaro, desidero spiegare brevemente come funziona il nostro Sistema Nervoso Autonomo.

 

Ci è sempre stato insegnato, che il Sistema Nervoso si divide in due rami: il Simpatico e il Parasimpatico.

Il Simpatico ha a che fare con il mobilizzarsi e la risposta ‘Lotta o Fuga’; mentre il Parasimpatico ha a che fare con il riposo, il digerire, la rigenerazione, gli stati tranquilli, il congelamento e la dissociazione.

Nella visione classica, questi due Sistemi funzionano un po’ come un’altalena, quando uno è attivo, l’altro è passivo.

 

Secondo Stephen Porges (neuroscienziato e psicologo) questo non è affatto vero.

 

Lui ha scoperto che il sistema considerato come Parasimpatico, in realtà, ha due diversi nuclei originari nel tronco encefalico, che svolgono delle funzioni completamente diverse: il nucleo ambiguo (che media ciò che lui ha chiamato Sistema Nervoso Sociale) e il nucleo motore dorsale, dal quale emergono le fibre vagali (il vero e proprio Parasimpatico).

NeuronUn gruppo di fibre (tradizionalmente considerate parasimpatiche), forma nervi che dai nuclei raggiungono il cuore ed i polmoni e regolano la ricezione delle informazioni riportandole a livello sensoriale.

Dal nucleo ambiguo parte un gruppo di fibre mielinizzate, che trasportano informazioni in modo molto veloce e che mediano la risposta di interazione con l’altro, tipica dei mammiferi più evoluti (il Vago evoluto o Sistema di Coinvolgimento Sociale, di cui fa parte anche il freno vagale del battito cardiaco).

Dallo stesso nucleo partono fibre nervose che arrivano ai muscoli del collo, dell’orecchio interno, del viso e degli occhi; è quel sistema di nervi cranici che ci permette di relazionarci e soddisfare i nostri bisogni a livello sociale.

Invece, dal nucleo motore dorsale partono fibre non mielinizzate, che funzionano in modo più lento e che mediano le risposte viscerali (il Vago antico – il vecchio Parasimpatico).

 

Se i nostri bisogni non vengono incontrati attraverso quel Sistema Nervoso Sociale, allora, possiamo passare ad un modo più aggressivo di soddisfare i nostri bisogni: la modalità ‘Lotta o Fuga’ del Sistema Simpatico.

I-Do-Not-Want-To-See-YouSe poi ci sentiamo ripetutamente ignorati o sopraffatti da esperienze traumatiche, possiamo entrare in uno stato di congelamento e disconnessione del Parasimpatico, come migliore risposta di protezione.

I piccoli (dall’embrione al primo anno di vita), se sopraffatti da esperienze negative, tendono ad andare nello stato di congelamento Parasimpatico, poiché non hanno ancora la possibilità di risposta ‘Lotta o Fuga’ del Simpatico.

In seguito possono restare bloccati nell’attivazione Simpatica divenendo iperattivi.

 

Per cui, secondo Porges, il nostro Sistema Nervoso, non funziona come un’altalena, ma bensì come una gerarchia, dove si può essere bloccati in vari livelli allo stesso tempo (per esempio, essere in uno shock Simpatico e allo stesso tempo in congelamento Parasimpatico).

 

Il Parasimpatico è il sistema più primitivo, il primo ad essersi sviluppato: l’unico modo che gli organismi primordiali avevano per proteggersi era immobilizzarsi, dissociarsi.

Il Simpatico è stato il secondo sistema nervoso a svilupparsi nell’evoluzione; esso è collegato alla catena dei gangli lungo la colonna vertebrale e permetteva ai rettili di mobilizzarsi, correndo o lottando. Questo sistema ha creato maggiore scelta: la risposta ‘Lotta o Fuga’.

Il Sistema Sociale è l’ultimo ad essersi sviluppato ed appartiene ai mammiferi più evoluti; esso ha a che fare con il coinvolgimento sociale, allo scopo di soddisfare i propri bisogni.

Questo sistema ci ha permesso di entrare in relazione; ha a che fare con l’amore, l’empatia e il contatto.

 

Quando viviamo spesso sotto stress e quindi il Parasimpatico e il Simpatico restano attivati, il Sociale, come risposta di protezione, blocca le sensazioni nel cuore, che a sua volta, chiude quei nuclei nel cervello legati al piacere (non è saggio sentirsi bene in una situazione di pericolo!).

Questo meccanismo, a lungo andare, può sviluppare un ‘attaccamento evitante’: vale a dire che ogni volta che ci troviamo in relazione intima, proiettiamo sull’altro il pericolo e la nostra reazione di protezione sarà quella di fuggire.

 

Mother-catSe invece, nelle nostre esperienze primarie, ci siamo sentiti al sicuro a livello relazionale, questo ci ha permesso di sviluppare una sensazione di sicurezza dentro di noi, che si riflette poi nella relazione intima con ciò che viene detto un ‘attaccamento sicuro’.

 

Ma se abbiamo dovuto passare tanto tempo nell’attivazione Simpatica o nel congelamento Parasimpatico, abbiamo iniziato a sviluppare una difesa nelle relazioni, un ‘attaccamento non sicuro’, vale a dire un’insicurezza in noi stessi e nella relazione intima.

Per cui quando entriamo in contatto con l’intimità, potremmo avere delle risposte Simpatiche o Parasimpatiche: sentire la relazione come pericolosa (anche se non lo è) e quindi proteggerci da ulteriori ferite e dolore; è la relazione in se stessa ad essere percepita come pericolosa.

Proiettiamo la nostra storia/esperienza sull’altro, come se questa stesse automaticamente accadendo di nuovo, e questo può creare un disordine della personalità, che, se portato all’estremo, può diventare border line, dove tutto è esperito come pericoloso.

 

Tutto questo è un processo inconscio, che finché non emerge a livello consapevole non può essere trattato e guarito.

Per questo è estremamente importante essere presenti, praticare la consapevolezza, rallentare, sviluppare curiosità, attenzione e lasciar andare il pensiero di essere sbagliati, affinché i processi di una guarigione sempre più profonda possano prendere spazio.

 

Secondo Porges, la nostra percezione è effettivamente diversa, cambia a seconda dei diversi stati.

I nostri stati di difesa (l’attivazione Simpatica e il congelamento Parasimpatico) fanno sì che noi ci aspettiamo dei pericoli e li cerchiamo, perciò tendiamo a percepirli.

Mentre, se possiamo tornare all’attivazione del Sistema Nervoso Sociale, possiamo percepire la sicurezza che c’è in quel momento presente.

Può essere molto difficile perché questi condizionamenti potrebbero essere molto ben radicati in noi, ma la guarigione può iniziare ad accadere se siamo presenti in quel momento.

 

BrainL’emisfero destro del cervello svolge funzioni relative alla comprensione olistica ed è attivo subito fin dall’inizio, mentre quello sinistro riguarda più il pensiero, la creazione di contatti, e richiede dai due ai tre anni dopo la nascita per svilupparsi.

Inoltre il cervello destro impara a regolare le nostre sensazioni ed emozioni, abbinandole in maniera appropriata a ciò che accade.

Fin da quando siamo molto piccoli, il Sistema Sociale ci aiuta ad orientarci a coloro che si prendono cura di noi, consentendoci la comunicazione. Questa esperienza che facciamo è mediata dai neuroni specchio, che si trovano nel cervello e risuonano con le nostre esperienze relazionali importanti, con il modo in cui le riceviamo attraverso i sensi. Queste informazioni passano attraverso il sistema limbico, al tronco encefalico e vengono portare fino ai visceri del corpo come esperienza sentita e poi rinviate al cervello, alla corteccia frontale, che le registra come percezione nel momento presente.

I piccoli esperiscono il loro mondo relazionale attraverso questo processo (come anche noi adulti).

Il nostro Sistema Nervoso Sociale ci permette di stare in questa esperienza relazionale, sentendoci al sicuro, ed attiva la corteccia cerebrale, che con il tempo dà un senso a ciò che è accaduto.

Ma, se ciò che viene esperito è difficile o addirittura doloroso, con il tempo, l’emisfero destro del cervello si sensibilizza, per cui diventa difficoltoso essere presenti nelle esperienze di relazione, poiché veniamo invasi dal bisogno di proteggerci.

 

Active-ReceptorRiepilogando: il modo in cui facciamo le prime esperienze relazionali nel nostro campo percettivo, risuona con i nostri neuroni specchio; l’informazione viene inviata al sistema limbico e poi al tronco encefalico ed attraverso i visceri diventa un’esperienza sensoriale, che viene rinviata alla corteccia prefrontale, in modo da essere consapevoli di ciò che stiamo sentendo, ed allora, il cervello inizia a contestualizzare le informazioni ed a creare eventuali vari schemi o convinzioni.

 

Tornare a quell’esperienza sentita, ci permette di farla emergere e darle una possibilità di trasformazione e guarigione.

Questo può avvenire durante le sessioni di Biodinamica Craniosacrale, quando si riesce a creare un campo di relazione empatico, sicuro ed accogliente, dove un contatto delicato con l’area del cuore ed il tronco encefalico (o anche altre zone del corpo), può aiutare la persona a riconnettersi con le potenzialità e le risorse che possono avviare un processo di guarigione davvero profonda.

 

 

 

 

 

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2 Comments

  • Sofie della Vanth

    Reply Reply 3 Luglio 2014

    Cara Serena grazie per il tuo articolo molto interessante. Ho voglia di risponderti perché leggendo mi hai ispirato a mettere a fuoco un pensiero che sta là da tanto tempo e cui accenni e sintomi incontro da tutte le parti. È un tema complesso che sicuramente vale (almeno per me) di essere spulciato ben bene, questo è soltanto una prima incompleta bozza.

    Grazie dell’ispirazione e dell’ascolto!
    Sofie

    ” …e se ipotizzassimo che all’inizio – se ciò esiste – eravamo in una trance continua nella culla dell’Essere Uno con il Tutto (Parasimpatico) e che dopo abbiamo imparato a danzare, saltare e correre per condividere la gioia e iniziare a comunicare (Simpatico)?

    Invece di continuare a ribattere il concetto della difesa DALLA NATURA, cioè da colei che ci ha creato, che ci nutre e dispone delle condizioni precarie e uniche che permettono la nostra sopravvivenza; concetto che sfocia nell’assurda affermazione psicologica che ha plasmato il 900: che bisogna staccarsi dalla madre, percepirla come qualcosa che non ci appartiene; che fosse sano considerarla non degna del nostro contatto, di volersi sviluppare oltre svalutandola.

    È il distacco dalla Natura – caratteristica della nostra storia “storica”, cioè il patriarcato – che crea il pericolo: SE NON SONO IN CONTATTO NON POSSO COMUNICARE. Non posso dire la mia se qualche animale “selvatico” (non civilizzato?) accenna di volermi mangiare, non posso comunicare la necessità mia o della comunità o del biotopo di pioggia – sole – vento – caldo – freddo. E sì nell’isolamento poi rimangono queste strategie: paralisi e dissociazione per non sentire, lotta e/o fuga.

    Nell’osservazione del comportamento degli animali (ri-)troviamo delle possibilità di comunicazione che nel sentirci superiori come essere umani abbiamo perso: per esempio la gatta /il gatto vanno a cacciare miagolando, cercando il consenso con “la vittima”.
    La scienza stessa sta sempre più uscendo dai paradigmi della continua concorrenza e nemicizia con cui ha finora maggiormente interpretato ciò che ha visto, affermando e valutando l’enorme collaborazione che esiste nelle specie e fra le specie.
    Sarei sollevata e molto felice leggere a un certo punto da una qualche ricerca che non si basa senza il minimo dubbio sul concetto fondamentale della nemicizia. è un prodotto astratto dell’uomo (maschio oso dire), non è un presupposto della natura….”

    • Serena Chellini

      Reply Reply 6 Luglio 2014

      Ciao Sofie,
      le tue riflessioni sono molto interessanti ed uno spunto per vari approfondimenti.
      Grazie per averle condivise!
      Serena

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